Grazie ai progressi della scienza si possono sperimentare nuovi percorsi terapeutici per cui non si può più parlare di malattie incurabili.

Il percorso di cura molto spesso rappresenta una fase della vita in cui si sperimenta la fragilità umana, che apre però anche nuovi scenari, nuove risorse ed opportunità.

E’ importante mettere in evidenza le tante storie di vita in cui le malattie diventano episodi che mettono alla prova le persone, ma possono diventare stimoli per un cambiamento, per la ricerca di nuovi valori, nuove relazioni, per un arricchimento personale, per un miglioramento della qualità della vita, per scoprire cosa è veramente importante nella vita.

Emblematica è la storia di Emanuela Furlan, della squadra di Fondazione Insieme Humanitas.

Obiettivi

Trasformare i pensieri negativi che spesso accompagnano i percorsi di malattia in un messaggio utile a chi non riesce a trovare il coraggio di parlare della propria malattia e delle proprie paure. Promuovere un invito a non smettere mai di combattere perché “vale sempre la pena di vivere”.

La storia di Emanuela
Emanuela Furlan aveva 26 anni, Si trovava in un letto dell’Istituto dei tumori a Milano con una diagnosi di linfoma al terzo stadio. “Lo sguardo ti racconta la paura e io vedevo il mio sguardo da animale braccato – racconta – quando mi guardavo allo specchio I miei occhi…se avessi potuto nascondermi. Volevo scappare”.

È stato un uomo a strapparla dal pozzo nero della paura che sembrava volesse inghiottirla. Un volontario. L’uomo bussò alla porta della sua stanza, poi l’aprì e entrò. “Per un saluto ma con una incredibile delicatezza. A distanza di anni ricordo che pensai: ha spezzato un tempo infinito di sofferenza che non passa mai. La testa di chi è malato macina pensieri” Pensieri ricorrenti, intrusivi e spesso involontari che generano ansia, angoscia, disagio. “Eppure, una frase portò sollievo, interruppe quel circolo vizioso. E quando fui dimessa e poi guarita mi ripromisi di diventare io stessa volontaria per gli ammalati”.

Era il 1989, una vita fa. Emanuela Furlan è diventata mamma e poi nonna. Ma subito dopo la pandemia, appena è andata in pensione, si è presentata ai colloqui di “Fondazione Insieme Humanitas”. “Al colloquio la psicologa mi ha chiesto perché ero decisa a diventare volontaria e le ho ricostruito in breve la mia storia” Inclusi i quasi due anni di calvario che hanno preceduto la diagnosi.

Un anno fa Furlan ha ritrovato una cartelletta che custodiva pagine fitte di note e appunti: spesso quando ero in ospedale la notte non riuscivo a dormire e mi salvò riversare sulla cara i pensieri che mi travolgevano come un fiume in piena. Rileggendoli ho capito che potevano diventare un messaggio utile a chi non riesce a trovare il coraggio di parlare della propria malattia e delle proprie paure”. Gli appunti sono diventati un piccolo libro “Quando si sciolgono i sorrisi” (Pagliai editore).

Dopo il colloquio è seguita una formazione e poi “affiancata dalla mia tutor ho cominciato”, Ogni venerdì pomeriggio indossa il camice bianco dei volontari e prende il suo posto in Medicina o nella degenza della Stroke Unit. E allora è lei a fare da tutor a una nuova recluta”. “La maggior parte dei pazienti è contenta dell’attenzione. Qualcuno invece si gira dall’altra parte ma noi stiamo molto attente a capire se è bene provare a superare la diffidenza o lasciar perdere. C’è chi è spaventato, disorientato, chi ha bisogno di parlare perché ci può confidare timori che non se la sente di condividere con i propri cari. Chi entra in ospedale si trova in un momento di fragilità, spesso si sente confuso. Essere accolti dai volontari permette di ridurre il livello di agitazione, contribuisce a rendere la permanenza in struttura la più serena possibile”.

Ambito territoriale
Rozzano (Milano), Castellanza (Bergamo e Torino)